Festival Time

Festival Time

Di festival, di uomini e dell’arte del narrar sano

 

Giorni fa parlavo con un’amica in merito al festival di Venezia, si discuteva sul tenore dei film che normalmente popolano i concorsi di cinema. Passando in rassegna i titoli ospitati di norma nei festival, pare che la precedenza venga data a film impegnati, pesantemente drammatici o che indaghino le passioni umane portate all’estremo. Senza volere generalizzare, anzi forse negli ultimi anni c’è stata una leggera controtendenza, va però riconosciuto il fatto non casuale che nell’immaginario collettivo “Festival di Cinema” faccia rima con “mattone” – inteso come trionfo della seriosità, tempio della riflessione esistenziale, oppure incomprensibile esercizio mentale. Un cinema, insomma, fatto più per i critici che per le persone. Nulla di personale con la serietà, il fatto di esistere o le astrazioni mentali, però il rischio è quello di realizzare prodotti autoreferenziali più che opere per l’umanità. Tendenza che si riflette anche in un certo strisciante e malcelato pregiudizio di genere (termine obbligatorio, ultimamente), secondo il quale se un film è drammatico parla di argomenti valevoli, mentre la commedia viene considerata solo un gingillo per svagare il popolino. Sarà che almeno in Italia decenni di cinepattoni e commedie da cabaret ci hanno allappato il senso del gusto. Eppure la Comedìa venne elevata da Dante a titolo della sua somma opera sui drammi umani e ultraterreni (wow, paradosso!!!).

Quindi a tale forma, tale contenuto: dramma = realtà, commedia = svago? Ma siamo sicuri che sia così? Chi lo stabilisce? L’occhio dell’artista?

Interessante ascoltare le parole di Gabriele Salvatores in base al suo esperimento, ospite al festival di Venezia, Italy in a Day: “Mi aspettavo più volgarità, più rabbia e invece ho trovato un’Italia sofferente, ferita, ma con grande dignità e che non ha perduto il senso di comunità, che prova la sensazione di trovarsi tutti sulla stessa barca”. Un film costituito da 632 video montati, tra 44.197 ricevuti dalla gente comune, che in queste piccole clip ha espresso i propri desideri, aspettative, emozioni e riflessioni. Paura anche, ma soprattutto tanta speranza e voglia di andare avanti, di lottare per la felicità.

Viene automatico pensare alla distanza che si crea tra artista e pubblico, autore e fruitore. Se il primo dovrebbe essere l’interprete poetico, guida e profeta del secondo, accade che in questa epoca della democratizzazione dei mezzi di creazione, i ruoli vengono a confondersi se non proprio a scambiarsi. L’uomo comune rivendica le sue aspirazioni, che non vede più incarnate e portate avanti dai suoi rappresentanti, che da parte loro si rinchiudono nei castelli di propria costruzione. Sì, questo diventa forse un discorso politico, e se ne vedono anche i limiti quando vengono messi in atto. Alla resa dei conti, forse l’uomo comune non ha il talento dell’artista. Eppure la sua voce è sincera. E merita ascolto.

Quindi, come mai chi ha il potere di creare e distribuire storie utilizza un metro accigliato, dissacrante, spesso cinico e pessimista, mentre il pubblico – ossia più umilmente il resto del mondo – ha sete di storie che esprimano la gioia di vivere? Il senso della nostra esistenza si sviluppa forse meno sapendo che c’è un obiettivo raggiungibile e bello da cogliere?

E che non si paragoni questa esigenza a svago o fuga dalla realtà, dammit! Eh sì, c’è crisi, tanto vale sognare… No, nulla di questo. È solo l’esigenza di ogni uomo. Sapere che è possibile avere un buon finale, semplicemente perché siamo fatti per quello.

Stefano Nicotra (content creator di Storymakers)

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